Il blog notes di Farfalla Legger@

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Il secolo delle riviste (V parte)

Sull’onda di questa riconciliazione tra l’artista e la più vasta umanità, si spiega il successivo rilancio del modello tolstoiano di uno scrittore al servizio di idealità sociali, che avviene sulle pagine del “Marzocco”, ad opera in particolare dello stesso Orvieto, tra il 1898 e il 1900, tra l’uscita cioè del programmatico Che cosa è l’arte e quella di Resurrezione, il romanzo forse più emblematico della sensibilità civile di Tolstoj. L’evangelismo dell’apostolo di Jasnaia Poljana esaltava l’impegno umanitario dell’artista in favore delle masse diseredare, mostrando loro, tra denuncia e profezia, e sia pure in un’ottica populistica, la via di una possibile redenzione. Saldandosi col simbolismo pascoliano di cui Gargano era diventato nel frattempo il corifeo, e col filantropismo utopico e antimodernista di Ruskin, cui si rifaceva soprattutto Conti, esso costituisce la punta di diamante di un’idea solidaristica della letteratura che largo seguito ottiene, agli albori del nuovo secolo, tra i redattori della rivista

E tuttavia non è un caso che proprio intorno al romanzo di Tolstoj si accenda una polemica tra Orvieto da una parte e Corradini, Sem Benelli e Achille Loria dall’altra, in cui si misurano, al di là del rapporto tra arte e morale, e tra realtà e illusione, due opposte visioni del mondo: l’una umanitaria, georgica e pacifista, favorevole a un’emancipazione degli oppressi e a una composizione dei conflitti sociali in un regime di maggiore equità e giustizia; l’altra imperialistica, industriale e guerrafondaia, che si appropria in chiave borghese della teoria darwiniana della lotta per la supremazia, per affermare l’ineguaglianza tra le classi e legittimare la violenza e lo sfruttamento. La spaccatura è netta: in anni di forti tensioni sociali, mentre si fa strada, nel “Marzocco”, un’ideologia politica ispirata all’evangelismo tolstoiano e ruskiniano, l’ala destra della redazione si schiera nettamente a difesa degli interessi della nascente borghesia italiana, lasciando cadere completamente la pregiudiziale dannunziana. Il nazionalismo di Corradini, che maturerà fra non molto sulle pagine del “Regno” e Dell’”Idea Nazionale”, affonda nel “Marzocco” le sue radici.

Ma non è soltanto una questione di schieramento politico a dividere i marzocchini. Più a monte, il dissidio verte sul ruolo stesso da assegnare all’intellettuale nella vita civile di un Paese, come il nostro, in via di modernizzazione, alle cui scelte strategiche chiedevano di partecipare sempre più vasti strati sociali. Chi accoglie l’esempio di un Pascoli o di un Tolstoj, concepisce l’impegno intellettuale come un apostolato letterario, una modalità di presenza, cioè, pur sempre mediata e prepolitica, che punta all’educazione delle masse e degli stessi ceti privilegiati affidandosi al veicolo suggestivo della letteratura. Ma non manca chi, come Corradini e, prima ancora, l’impetuoso e aggressivo Mario Morasso, propugni una mobilitazione attivistica dei letterati, un loro diretto coinvolgimento nella politica, vinte in breccia tutte le resistenze psicologiche che stanno alla base del loro starsene appartati, del loro consacrarsi all’opera d’arte. Così, se da un lato si concepisce romanticamente lo scrittore come una guida spirituale dei popoli, dall’altro rispunta la concezione elitaria dell’autocrate chiamato al dominio delle folle, pronto a correre tutti i rischi e le avventure del potere, due forme assai diverse, in effetti, per assicurare all’uomo di cultura una preminenza sociale.
L’incompatibilità, sempre più scoperta e accentuata, delle posizioni che trovano spazio nel primo “Marzocco”, se tiene alto il livello del dibattito, facendo del foglio fiorentino un organo vivace di elaborazione e di confronto ideologico, finisce per generare una crisi redazionale di cui è sintomo eloquente il rilevamento della direzione, nel 1900, da parte della famiglia Orvieto, che peraltro aveva da sempre finanziato l’impresa. Ad Angiolo si affianca il fratello Adolfo, avvocato, che a partire dall’anno successivo e sino alla morte della rivista ne diventerà l’unico direttore. Uomo coltissimo, appassionato bibliofilo, critico teatrale e poeta burlesco per diletto, Adolfo non apparteneva alla cerchia dei “nobili spiriti”.  Sotto il suo impulso “Il Marzocco” cambierà completamente fisionomia, diventando un giornale eclettico, informativo, moderato, benpensante, salottiero: quello che ci voleva per guadagnarsi la fiducia del pubblico e aumentare convenientemente la tiratura, ma a scapito dell’impostazione originaria.
Un segno emblematico della svolta sarà la progressiva riconciliazione con quella cultura ufficiale, accademica, dedita alla “ricerca del documento”, contro cui aveva all’inizio ripetutamente polemizzato, soprattutto per mano di Garoglio, in nome di un approccio alla “creazione artistica” che ne “penetrasse il segreto” e “con sintesi geniale la ricomponesse”.

Ma il compito di fondare su basi estetiche la nuova critica letteraria, al di là degli accertamenti filologici e delle pazienti indagini preliminari della scuola storica, se lo era già assunto, nel frattempo, e con ben altra sistematica e coerenza, Benedetto Croce, con cui torna a fiorire la scuola hegeliana di Francesco De Sanctis e di Bertrando Spaventa e a Napoli viene restituita la dignità di capitale di cultura.
Libero pensatore e lavoratore metodico e infaticabile, pur rimanendo sempre al di fuori dei ranghi accademici come dalla bagarre del giornalismo militante, Croce ha saputo esercitare per mezzo secolo un’incontestabile egemonia sull’intellettualità italiana, in ambito letterario non meno che filosofico, politico e storiografo.
Le stesse obiezioni che gli furono mosse, i superamenti, le prese di distanza, gli aperti attacchi che a decine dovette subire nel corso degli anni, sono una prova della posizione assolutamente preminente che egli ha a lungo occupato nel dibattito culturale, come un gigante solitario con cui tutti – discepoli e nemici e franchi tiratori – dovettero fare i conti.

Tanto singolare incidenza si deve sicuramente all’ordinata sistematicità di una speculazione dove, secondo la migliore tradizione idealistica, ogni accidente sembrava trovare il suo posto preciso e la sua spiegazione: virtù decisamente rara – e per questo ammirato da alcuni, da altri avversata – in un secolo di pensiero debole e di irrequieto nomadismo intellettuale. D’altronde, Croce era stato il primo a organizzare in una teoria compiuta i conati di rivolta all’indirizzo del positivismo confusamente presenti nella cultura del suo tempo, per cui era naturale che i più giovani lo eleggessero precipitosamente loro maestro, salvo poi ritirargli quel riconoscimento al primo banco di prova. Resta in ogni caso che parte non secondaria del credito di cui egli godette dipese dai fascicoli del bimestrale che diresse, compilò e fece uscire con mirabile regolarità per oltre quarant’anni  dal 1903 al 1944.

Le riviste del Novecento – La parabola delle avanguardie (1895-1923)
Introduzione – Il secolo delle riviste
di Giuseppe Langella
Poesia n. 147 del febbraio 2001

 

Categorie:Riviste

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