Il blog notes di Farfalla Legger@

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La macchina cardatrice

Nel corso del XVIII secolo, l’età dell’illuminismo, l’affermarsi del pensiero illuminista e delle grandi scoperte scientifiche costituì la premessa di quel grande processo di sviluppo economico che l’Europa avrebbe realizzato durante l’Ottocento. Tale straordinario impulso fu, infatti, prodromico all’avvento di un’era di transizione che avrebbe sostanzialmente mutato i tradizionali equilibri produttivi del mondo occidentale ed europeo in particolare, da una struttura sostanzialmente poggiante sull’agricoltura, avrebbe ben presto assistito alla trasformazione  della sua organizzazione economica su basi industriali.
Le condizioni di quella a ragione viene definita “rivoluzione industriale” si verificarono inizialmente in Inghilterra, in virtù degli intensi scambi che questa nazione intratteneva con le colonie d’oltremare, soprattutto con le isole ed i territori americani, l’improvviso allargamento del mercato determinato dal relativamente facile ed economico approvvigionamento di materie prime provenienti dalle Americhe e dal conseguente assorbimento da parte di questo mercato di prodotti finiti, rappresentò per l’Inghilterra la chiave di volta che innescò quella trasformazione in senso industriale dell’economia resa necessaria dall’aumentata richiesta di prodotti finiti. L’imprescindibile riorganizzazione produttiva che ne seguì puntò sull’aumento della produttività lavorativa, ottenuta, con l’introduzione del cosiddetto “ sistema di fabbrica”, duplice aspetto di uno strumento, idoneo alla trasformazione dell’economia in senso industriale: l’introduzione massiccia  delle macchine e la convenienza economica di concentrare impianti e forza lavoro in uno stesso luogo di produzione, costituì, infatti, il fulcro della nuova forma di organizzazione economica che, dall’Inghilterra, si sarebbe ben presto diffusa in Europa e nel resto del mondo. La necessità di manodopera attrasse verso le città, nelle quali le fabbriche cominciarono a concentrarsi, un numero sempre crescente di contadini, determinando il conseguente e progressivo abbandono dell’agricoltura, sostenuto anche dall’assorbimento di forza lavoro femminile e minorile della quale i nuovi opifici si servirono ampiamente, soprattutto per la produzione tessile. Da Manchester, l’avvio dell’industria cotoniera produsse una trasformazione a 360 gradi delle struttura economica del paese, trascinando inesorabilmente con sé ogni altro settore, a cominciare da quello meccanico.
La storia delle invenzioni di apparecchiature in campo tessile, primo anello di congiunzione tra l’economia su base agricola e quella su base industriale, è costellata da una miriade di prototipi, tutti basati sul presupposto che l’introduzione di nuove tecnologie, capaci di realizzare considerevoli aumenti di produttività, sarebbero state funzionali all’aumento qualitativo e quantitativo della produzione e sempre meno dipendenti  dalla necessità di forza lavoro.
Fu James Hargreaves ad inventare, nel 1754, la prima macchina: la jenny,  cui seguì nel 1767 la spinning thrastle di Richard Arkwright, considerata, con la macchina a vapore, la più importante invenzione del XVIII secolo. I presupposti su cui si fondavano la jenny e la spinning thrastle consentirono poi a Samuel Crompton di ideare nel 1758 la mule, cui si affiancarono le nuove progettazioni di Arkwright: la macchina cardatrice e i banchi a fusi, che completarono l’intero ciclo della lavorazione del cotone entro un sistema di fabbrica che, da quel momento, divenne ovunque predominante.
Il ciclo industriale del settore  cotoniero prevedeva che la materia grezza, giunta in fabbrica in forma di balle passasse attraverso una prima macchina, l’apriballe, che provvedeva a ricomporre il cotone in fiocchi per poi introdurlo nelle cosiddette “camere di mischia”. La fibra, aperta e battuta, veniva quindi cardata per ottenere il cotone in nastro.
Di fondamentale importanza nel ciclo di lavorazione industriale, l’introduzione del processo di cardatura che ha reso possibile rendere parallele le fibre tessili liberandole da ogni impurità. Inizialmente svolta in manuale, questa fase prevedeva l’impiego di due tavole in legno corredate da “scardassi”, punte metalliche applicate sulle tavole, una delle quali – l’inferiore – era fissa, mentre l’altra – superiore – era mobile e munita di due impugnature. La dipanatura del cotone era ottenuta attraverso il moto a pendolo della tavola superiore sull’inferiore, azione che consentiva di sciogliere, separare e raddrizzare le fibre del cotone collocato sulla tavola fissa fino ad ottenere un grosso nastro d’ovatta.
L’invenzione di Arkwright consentì di svolgere meccanicamente questo che, manualmente, era un lungo lavoro: attraverso  un’azione meccanica, la sua macchina faceva girare velocemente un primo cilindro di grandi dimensioni e corredato di scardassi, detto “gran tamburo”, che catturava la fibra e ne realizzava una prima distensione.
La cardatura propriamente detta si realizzava invece nel momento di passaggio del cotone tra il gran tamburo ed i “cappelli”, organi a forma di sbarra e rivestiti anch’essi di scardassi.
In questa fase, oltre all’eliminazione delle impurità, la fibra veniva condotta ad un altro cilindro, lo “scaricatore”, e da questo staccata per mezzo di una lama a forma di pettine che aveva il compito di ridurre in nastro l’originale fibra di cotone.
di Paola Viscomi
da Rivista Ottocento N.3 febbraio-marzo 2002

Categorie:Riviste

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2 risposte

  1. ne abbiamo fatta di strada da allora.
    per molti versi tutto ciò ha portato progresso e miglioramento delle condizioni. purtroppo certi meccanismi e processi hanno anche avuto conseguenze meno apprezzabili.
    comunque interessante approfondire un po’ alcuni argomenti, anche se non sono di mia predilezione. grazie e ciao

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  2. penso che NOI siamo stati privilegiati nel poter vivere usufruendo di comodità che non saranno più disponibili in futuro. Penso ai viaggi aerei low cost accessibili a 8 miliardi di persone e che sparano direttamente in atmosfera tonnellate di co2, o a tutte le auto che da un secolo impestano.
    In futuro certe cose torneranno ad essere riservate solo ai miliardari che di certo non potranno privarsi di nulla, oppure saranno costretti a decimare i mortidifame con mezzi tipo isis, virus, guerriglie, per riportare il consumismo a livelli sopportabili dalla natura

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