Il blog notes di Farfalla Legger@

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Il secolo delle riviste (IV parte)

A leggere il Prologo del “Marzocco” (1896-1932), verrebbe da pensare ad un prolungamento giornalistico del “Convivio”, ad un tentativo, cioè, di mediare ad un pubblico un po’ più largo di lettori colti gli stessi valori dell’estetismo romano, verificandoli in un assiduo e tempestivo censimento dell’attualità artistica e letteraria. Del resto, che il settimanale fiorentino intendesse presentarsi a sua volta con l’armatura del paladino della “pura bellezza” contro i “moderni barbari”, apparirà perfino ovvio appena si sarà ricordato che alla stesura di quel programma concorse nuovamente e materialmente D’Annunzio, vate indiscusso della sua generazione. E tuttavia, la storia del “Marzocco”, oltre che lunga, è anche complessa, non riducibile, alla prova dei fatti, all’ideologia del “Convito”.
Principale animatore della rivista, all’inizio, fu Angiolo Orvieto (1869- 1967), poeta e librettista di calibro modesto ma infaticabile promotore di cultura, il cui nome è legato, tra l’altro, alla fondazione di alcune importanti e meritorie associazioni, a cominciare dalla “Leonardo”, che ha avuto la sua parte di rilievo nella vita artistica e letteraria di Firenze. Nel 1888, con Giuseppe Saverio Gargano, Diego Garoglio e Giuseppe Andrea Fabris, allievi come lui della fiorentina Scuola di Scienze sociali, aveva fondato il “giordano Bruno”, un circolo di spiriti patriottici e giacobini, anticlericali e carducciana, che sarà da tenere presente per intendere meglio certe inclinazioni populistiche del primo “Marzocco”.
Da quello stesso nucleo di amici era nata la “Vita Nuova” (1889-1891), un settimanale che, pur con qualche disomogeneità di tono e d’indirizzo, avrebbe potuto ascrivere a suo merito la scoperta di Pascoli e Pirandello, l’adesione all’indirizzo psicologico, nella fattispecie a Ibsen e a Bourget, la collaborazione di uomini affermati come De Amicis, Marrani, Nencioni, De Roberto.
Cessata quella pubblicazione, Orvieto si era accostato ed Enrico Corradini, che aveva dato vita, a sua volta, ad una rivista d’arte, intitolandola “Germinale” (1891-1893) non solo in omaggio al romanzo di Zola, ma anche per dare un senso prospettico agli sforzi artistici di quegli anni, sicuramente immaturi ma fermentanti di novità. Si era trattato comunque, per Orvieto, di una presenza marginale e non bene in linea con l’orientamento confusamente naturalistico e fieramente antiestetizzante e antidannunziano del settimanale, limitata alla pubblicazione di testi poetici. Archiviata anche questa breve esperienza, Orvieto aveva provato, senza maggiore fortuna, ad appoggiarsi ad un quotidiano, per aggirare le difficoltà di gestione di una rivista autonoma; ma “La nazione Letteraria”, supplemento domenicale dell’omonima testata fiorentina, avrebbe avuto vita ancora più effimera, dall’aprile all’ottobre del 1893. travolto proprio dalla crisi del giornale. Se non altro, però, quest’ultimo tentativo era servitola prova generale per il prossimo varo del “Marzocco”, coagulando, tra l’altro, una rosa ormai abbastanza ampia di collaboratori, già conquistati dalla “Vita Nuova” e da “Germinal”, con l’acquisto significativo di Angelo Conti, destinato a ricoprire un ruolo di primo piano nel nuovo settimanale. Il cerchio, poi, nel “Marzocco” si sarebbe ulteriormente allargato, con l’arrivo immediato di altre firme importanti: Edoardo Coli, Ugo Ometti, Vittorio Pica, Luciano Zuccoli, Thomas Neal.
Espressione polifonica di un gruppo di nobili spiriti, secondo la calzante definizione pascoliana posta da Gianni Oliva a titolo di un suo celebre saggio, anche quando, dopo un primo anno di gestione collegiale, nel successivo triennio la direzione fu affidata a Corradini, “il Marzocco” trova il suo principale motivo di coesione nel presupposto di una rivendicata centralità dell’arte nella vita spirituale delle nazioni. Per il resto, specie dopo che il Pascoli vi avrà pubblicato, tra il gennaio e l’aprile del 1897, un corposo anticipo del suo memorabile FANCIULLINO, si andranno ben presto manifestando, al suo interno, due anime difficilmente componibili, destinate anzi, col tempo, ad entrare in rotta di collisione. Nella prima annata, infatti, il foglio fiorentino sembra ancora attestarsi sulle posizioni del “Convito”: Coli, Gargano, Garoglio vi parlano insistentemente di “arte aristocratica”, in toni smorzati ma con argomenti riconducibili in sostanza all’’ideologia letteraria della rivista romana. Ma già a partire dalla seconda, si assiste a una significativa conversione dall’estetismo dannunziano ad una poetica del simbolo che prende chiaramente l’abbrivo, talvolta in maniera esplicita, dall’opera e dalla riflessione pascoliana. Allora, per quel tanto che sopravvivrà, l’idea di un’arte aristocratica sarà rifondata su basi iniziatiche, derivando la difficoltà – d’intendere, non di godere – dall’altezza dei contenuti, come pervasi da un’”ineffabile nostalgia del divino”, e dalla conseguente oscurità visionaria, mistica, dell’espressione.
Ma anche questo pregiudizio originario dell’inaccessibilità dell’arte non resisterà a lungo, smantellando proprio dalla rivoluzione assiologia compiuta senza strepiti di fanfare ma in profondità dal “fanciullino” pascolavano.

Se il ‘piacere’ è infatti geloso, egoista, esclusivo, le verità, in quanto universali. Vogliono essere condivise, disseminate. Il simbolismo, nei termini in cui Pascoli lo addomestica, finisce così per catalizzare un ripensamento globale delle finalità e della destinazione dell’arte. Essa non risulta più “un privilegio che isola o un elemento di divisione dell’umanità”; al contrario – come ha scritto Contarino – “ in quanto scoperta e non invenzione del nuovo, in quanto rivelazione della verità che è nelle cose, detiene il magico potere di attraversare i secoli e le genti e di annunciare a tutti lo stesso messaggio di consolazione e di pace”.

Le riviste del Novecento – La parabola delle avanguardie (1895-1923)
Introduzione – Il secolo delle riviste
di Giuseppe Langella
Poesia n. 147 del febbraio 2001

Categorie:Riviste

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